Il successo non fa la felicità.
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Il successo non fa la felicità.

Il successo non fa la felicità. - 4.3 su 5 basato su 6 voti

FIRENZE - “I don’t ever wanna drink again. I just need a friend.” Così recita uno degli ultimi versi di “Rehab”, prima traccia di quello che è stato il disco più venduto del 21° secolo in Gran Bretagna (più di 3 milioni di copie). “Back to Black”, pubblicato nel 2006, è l’ultimo album della talentuosa Amy Winehouse: l’ultimo per davvero. Sono passati poco più di due mesi dalla sua scomparsa e, come non mai, i toni agrodolci del suo sound e dei suoi testi impregnano le radio di tutto il mondo, che piange la sua perdita, ma non si stupisce più di tanto di fronte alla notizia della morte prematura dell’artista. La sua ultima esibizione a Belgrado non è stata certo tra le più brillanti: i fischi del pubblico hanno fatto da sottofondo ai coristi che hanno tentato, invano, di tirare su le sorti di un concerto umiliante e indecoroso, in cui la voce affilata della londinese non è venuta fuori nemmeno per un attimo: Amy stava a stento in piedi e non era affatto la protagonista del palco ma la sua unica vittima.  Ha salutato così il suo pubblico, con gli occhi persi nel vuoto, sconfitta e infinitamente sola. A tal proposito mi viene in mente una frase di una giovane rock band Californiana: “Have you ever been alone in a crowded room?” “Ti sei mai sentito solo in una stanza affollata?”; milioni di fans e cinque Grammy Awards evidentemente non sono bastati per farle rispondere di no. Noi li vediamo esibirsi in tv, ai concerti: suscitano la nostra ammirazione e anche un po’ la nostra invidia; sono i nostri idoli e molto spesso li poniamo su piani quasi divini, facendoli trascendere dalla realtà come se fossero esseri diversi, potenti, come se avessero tutte le carte in regola per essere felici e invincibili. Ed è proprio per questo che è sconcertante realizzare l’enorme fragilità interiore di un personaggio come Amy Winehouse, che in un’intervista per MTV ha affermato sorridendo: “Diciamo che più mi sento insicura più alta dev’essere la mia cotonatura”. Lei si, la stessa “insicura” che ha ispirato un’intera generazione di cantanti trasmettendo l’arte della passione, uscendo dagli schemi: pensiamo a voci emergenti come quelle di Adele e Selah Sue, nella quale in particolare si colgono riconoscibili sfumature dei “moods” di Erika Badu, guarda caso una delle artiste preferite dalla Winehouse.  “La maledizione dei 27”, tipico titolo che i media usano per introdurre l’argomento, rendendolo banale e quasi scontato, prevedibile: i soldi e il successo fanno perdere la testa; i cantanti famosi sono personaggi pubblici, hanno la responsabilità di essere  seguiti e imitati da milioni di giovani, dovrebbero dare il buon esempio e invece trasmettono messaggi negativi, l’uso delle droghe, gli eccessi, la perdita dei valori. Si si, la morale e il buon senso li conosciamo tutti, è che non è consueto considerare che tutto ciò è una conseguenza di stati d’animo che esistono prima del successo. Mescolando il talento ad enormi problemi interiori vengono fuori dei cocktail micidiali che portano a epiloghi tragici, tra i quali quello di Amy Winehouse è stato l’ennesima dimostrazione del fatto che la celebrità non risolve i problemi e non rende felici. Janis Joplin, la più grande voce blues femminile della storia della musica, a 17 anni scappa dalla sua “prigione natale”, la sua casa in Texas, portandosi dietro gravi complessi per un fisico non proprio bello e l’inquietudine di una vita solitaria che ha trovato il suo rifugio nel rogo del Blues: profetico il titolo di un brano del suo celebre album “Pearl”, “Buried alive in the Blues”. Muore per un’overdose di eroina a Hollywood il 4 ottobre del 1970, quando ancora il mondo della musica era sotto shock per la scomparsa del rivoluzionario Jimi Hendrix, che ha fatto la storia del rock capovolgendo totalmente l’approccio alle 6 corde. Stritolato dalla macchina del successo, le manipolazioni dell’industria discografica lo opprimono e alimentano un’enorme angoscia che la rockstar sfoga in eccessi e solitudine e il suo genio finisce in una dose di barbiturici troppo pesante. Carismatico, fragile, anticonformista, inquieto poeta, il Baudelaire del rock, “il Re Lucertola”, Jim Morrison, oltrepassa “le porte della percezione” nel suo appartamento, per un mix di alcol ed eroina, davanti a sua moglie. Il successo non guarisce neanche Kurt Cobain,  che nel 1994 si libera dai demoni, padroni del suo disagio esistenziale che trasudano dai testi delle sue canzoni, con un colpo di pistola: “It’s better to burn out than to fade away”, “meglio bruciarsi che svanire a poco a poco”. Avevano tutti 27 anni è vero, ma l’età è una curiosa coincidenza. Il reale fattore comune è l’insanabile tormento delle loro anime, che ha sicuramente prodotto testi e accordi strepitosi, ma ogni volta, scendendo dal palco, li condannava a morte: problemi esistenziali che sfogavano con la musica, che il denaro e la fama non hanno risolto; ed è terribile pensare che rispetto alla “gente comune” avevano sicuramente mezzi e possibilità migliori per uscirne e non ci sono riusciti,  anche perché magari nessuno li ha fermati in maniera decisiva, pur vedendo che erano destinati ad una fine drammatica. In particolare, per quanto riguarda la cantante londinese, i media e i giornali scandalistici hanno, senza dubbio, preferito dare la precedenza al gossip, pubblicando fotografie indecenti che la ritraevano in condizioni impresentabili, senza preoccuparsi più di tanto di rispettare la sua immagine. Amy Winehouse ha scritto le sue canzoni raccontando di situazioni che aveva difficoltà a gestire, che la tormentavano, problemi che non sapeva risolvere, “forse è per questo che sono così depressa”, dice abbassando lo sguardo, in un’intervista. I suoi testi e i suoi modi di fare, che ricordano molto quelli del malinconico Kurt Cobain, erano pieni di richieste d’aiuto ai quali evidentemente nessuno ha saputo dare il giusto peso. “I don’t ever wanna drink again. I just need a friend”, “non voglio bere più, ho solo bisogno di un amico”. Con lei il sapore del soul del passato è riemerso in arrangiamenti mai ascoltati prima: stimata e apprezzata dall’intero mondo della musica avrebbe ricoperto per tutta la vita un ruolo di eccellenza tra tutte le rockstar internazionali.
Amy Winehouse è stata un travolgente fenomeno che è piaciuto moltissimo e continuerà a piacere sempre. Forse la vera rivincita su una vita infelice sta proprio nell’immortalità della sua voce e delle sue note, che, come quelle di tutti gli altri artisti che come lei si sono bruciati così in fretta, continueranno ad uscire dalle casse delle nostre radio e continueranno a scaldare i nostri ricordi e a condire le nostre giornate.

 

Maria Emanuela Mascaro

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