Errore
  • JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 71
  • JFile: :read: Impossibile aprire file: /var/www/vhosts/soveratiamo.com/httpdocs/ajax.googleapis.com/ajax/libs/jquery/1.8/jquery.min.js
  • JFile: :read: Impossibile aprire file: /var/www/vhosts/soveratiamo.com/httpdocs/media/k2/assets/js/k2.frontend.js?v2.7.1&sitepath=/
  • JFile: :read: Impossibile aprire file: /var/www/vhosts/soveratiamo.com/httpdocs/plugins/system/jcemediabox/js/jcemediabox.js?2ee2100a9127451a41de5a4c2c62e127
Menu

"Sanctus": l'esordio di Toyne.

"Sanctus": l'esordio di Toyne. - 2.5 su 5 basato su 2 voti

sanctusFIRENZE - Per tutti gli appassionati del mistero e della suspense, sicuramente da non perdere il thriller che ha segnato il debutto come scrittore di Simon Toyne, "Sanctus" (Sperling & Kupfer 2011) : un romanzo avvincente, diventato bestseller in Inghilterra già a pochi giorni dalla sua prima pubblicazione (giugno 2011). L'inglese Toyne, sceneggiatore e regista cinematografico e televisivo, si trasferisce in Francia per realizzare il sogno di una vita, scrivere un romanzo; ed è nella cattedrale di Rouen, conosciuta in tutto il mondo come Notre Dame, che ha trovato l'ispirazione che ha dato vita alla sinistra e affascinante ambientazione in cui si muovono i variopinti personaggi della sua storia.Una cittadina al centro della Turchia è il luogo in cui lo scrittore immagina "la Cittadella", un castello medievale circondato da mura fortificate e sede della vita segreta e inaccessibile di un antico ordine monastico gerarchizzato, che si intuisce subito sia il geloso custode di un importantissimo segreto. La simbolica morte di uno dei monaci è l'artefice dell'intreccio di numerose vite, che animano le pagine di questo libro: intrigante e piena di colpi di scena, la trama è ricca delle più diverse sfumature dell'essere umano, dei suoi sentimenti e delle sue credenze: l'amore fraterno, il coraggio delle scelte, la paura dell'ignoto e la voglia di verità, la paura della verità e il rifugio nella fede, la lotta tra il bene e il male, la differenza tra la bellezza dei principi di una religione e l'ottusità e la crudeltà dei suoi rappresentanti. Un romanzo stimolante e veloce, nonostante le sue 461 pagine, in cui lo scrittore astutamente descrive le vicende in capitoli brevissimi, ognuno dei quali fa venire voglia di leggere subito quello successivo. Simon Toyne ci offre un efficace concentrato di religione, storia, attualità, sentimento, azione e fantasia, e riesce a mostrarci i mille aspetti del male, che trova sempre il suo peggior nemico nell'azione purificatoria della verità, tramite tanti personaggi diversi e carismatici, portatori di simboli positivi e negativi che indubbiamente trasmettono dei messaggi dai quali trarre spunto per importanti riflessioni sulla vita. Un romanzo nuovo, nonostante per alcuni versi si possano intravedere le influenze di Dan Brown con il suo famosissimo "Codice da Vinci", con dei risvolti inaspettati e un finale altamente scenografico, capace di tenere svegli i lettori come davanti ad un film d'azione. Dopo averlo letto con il fiato sospeso non si può fare altro che aspettare il secondo romanzo di Toyne, già in preparazione, che molto probabilmente sarà il sequel di questo primo episodio e, visto il successo che ha ottenuto in ben 29 Paesi del mondo, è facile pensare che, grazie alla curiosità di milioni di lettori, anche il secondo andrà a ruba!

Maria Emanuela Mascaro

 

Tre date per Il Lamezia Jazz.

Tre date per Il Lamezia Jazz. - 5.0 su 5 basato su 1 voto

LAMEZIA TERME - Sotto la direzione Artistica del maestro Egidio Ventura, riparte la nona edizione di “Lamezia Jazz” che si presenta con un programma originale e di assoluto coinvolgimento dando spazio in egual misura a grandi nomi del jazz internazionale.Nato nel 2002, il festival Lamezia Jazz si è subito contraddistinto per il notevole spessore degli artisti ospitati come Mike Stern , Dave Weckl, Fabrizio Bosso, Daniele Scannapieco, Harold Mabern, John Webber.  La serata inaugurale è fissata per sabato 22 ottobre alle ore 21.00 presso il Teatro Umberto, e  sarà affidata a Louis Hayes & The Cannonbal Legacy Band, un tributo a Cannonball Adderley, sassofonista a due facce, capace di produrre un jazz elaborato e intellettuale quando suonava nel celebre sestetto di Miles Davis negli anni ‘50, ma viscerale esploratore del blues e del gospel con il proprio gruppo. Alle atmosfere infuocate del «soul jazz» si rifarà appunto il gruppo ora di scena a Lamezia e in altre città italiane, nel quale è da ascoltare con attenzione il sassofonista Vincent Herring, il più autentico continuatore dello stile di Adderley. Completano la formazione,Vincent Herring al sax alto, Philip Harper alla tromba, Rick Germanson al Pianoforte e Richie Goods al contrabbasso.L’altro appuntamento importante si terrà il 9 novembre presso il Politeama di Lamezia Terme  con il celebre chitarrista Mike Stern e il batterista Dave Weckl, che insieme al sassofonista  Bob Malach  e al bassista C.M. Docky fanno parte della “Mike Stern Band”, fondata nel 2008 dallo stesso Stern e nota come una delle più interessanti realtà nel mondo del jazz.Sabato 19 novembre si ritorna al Teatro Umberto con gli High Five, gruppo stabile di Mario Biondi, che rappresentano una delle realtà più solide e ben riuscite dell’attuale panorama jazzisstico italiano:  l’energia dell’insieme e la particolare cura per gli arrangiamenti rendono gli High Five un fenomeno unico e di grande valore come dimostra il continuo interesse da parte del pubblico. Da sottolineare la presenza importante nel quintetto del trombettista Fabrizio Bosso, oramai diventato una star internazionale.Il pianista americano Harold Mabern, un grande punto di riferimento tra i pianisti del modern jazz, chiuderà la stagione il 10 dicembre sempre al Teatro Umberto. Mabern sarà affiancato da una ritmica di grande eccezione, John Webber al contrabbasso e Joe Farnsworth alla batteria. Non mancheranno i seminari tenuti dal Prof. Raffaele Borretti critico musicale e collaboratore per moltissimi anni della Rivista “Musica Jazz”. Nel mese di dicembre si terrà un workshop di batteria con “l’Ambasciatore della batteria globale” il newyorkese Dom Famularo, eccellente batterista che ha suonato accanto a nomi come BB King ed è inoltre il primo batterista occidentale ad aver tenuto dei seminari in Cina. Una programmazione varia quella del Lamezia Jazz, capace di interessare una più ampia fascia di pubblico, dai neofiti agli addetti ai lavori, senza perdere la sua forte impronta stilistica.

 

(Fonte:  “Il Tacco di Bacco”)

Il successo non fa la felicità.

Il successo non fa la felicità. - 4.3 su 5 basato su 6 voti

FIRENZE - “I don’t ever wanna drink again. I just need a friend.” Così recita uno degli ultimi versi di “Rehab”, prima traccia di quello che è stato il disco più venduto del 21° secolo in Gran Bretagna (più di 3 milioni di copie). “Back to Black”, pubblicato nel 2006, è l’ultimo album della talentuosa Amy Winehouse: l’ultimo per davvero. Sono passati poco più di due mesi dalla sua scomparsa e, come non mai, i toni agrodolci del suo sound e dei suoi testi impregnano le radio di tutto il mondo, che piange la sua perdita, ma non si stupisce più di tanto di fronte alla notizia della morte prematura dell’artista. La sua ultima esibizione a Belgrado non è stata certo tra le più brillanti: i fischi del pubblico hanno fatto da sottofondo ai coristi che hanno tentato, invano, di tirare su le sorti di un concerto umiliante e indecoroso, in cui la voce affilata della londinese non è venuta fuori nemmeno per un attimo: Amy stava a stento in piedi e non era affatto la protagonista del palco ma la sua unica vittima.  Ha salutato così il suo pubblico, con gli occhi persi nel vuoto, sconfitta e infinitamente sola. A tal proposito mi viene in mente una frase di una giovane rock band Californiana: “Have you ever been alone in a crowded room?” “Ti sei mai sentito solo in una stanza affollata?”; milioni di fans e cinque Grammy Awards evidentemente non sono bastati per farle rispondere di no. Noi li vediamo esibirsi in tv, ai concerti: suscitano la nostra ammirazione e anche un po’ la nostra invidia; sono i nostri idoli e molto spesso li poniamo su piani quasi divini, facendoli trascendere dalla realtà come se fossero esseri diversi, potenti, come se avessero tutte le carte in regola per essere felici e invincibili. Ed è proprio per questo che è sconcertante realizzare l’enorme fragilità interiore di un personaggio come Amy Winehouse, che in un’intervista per MTV ha affermato sorridendo: “Diciamo che più mi sento insicura più alta dev’essere la mia cotonatura”. Lei si, la stessa “insicura” che ha ispirato un’intera generazione di cantanti trasmettendo l’arte della passione, uscendo dagli schemi: pensiamo a voci emergenti come quelle di Adele e Selah Sue, nella quale in particolare si colgono riconoscibili sfumature dei “moods” di Erika Badu, guarda caso una delle artiste preferite dalla Winehouse.  “La maledizione dei 27”, tipico titolo che i media usano per introdurre l’argomento, rendendolo banale e quasi scontato, prevedibile: i soldi e il successo fanno perdere la testa; i cantanti famosi sono personaggi pubblici, hanno la responsabilità di essere  seguiti e imitati da milioni di giovani, dovrebbero dare il buon esempio e invece trasmettono messaggi negativi, l’uso delle droghe, gli eccessi, la perdita dei valori. Si si, la morale e il buon senso li conosciamo tutti, è che non è consueto considerare che tutto ciò è una conseguenza di stati d’animo che esistono prima del successo. Mescolando il talento ad enormi problemi interiori vengono fuori dei cocktail micidiali che portano a epiloghi tragici, tra i quali quello di Amy Winehouse è stato l’ennesima dimostrazione del fatto che la celebrità non risolve i problemi e non rende felici. Janis Joplin, la più grande voce blues femminile della storia della musica, a 17 anni scappa dalla sua “prigione natale”, la sua casa in Texas, portandosi dietro gravi complessi per un fisico non proprio bello e l’inquietudine di una vita solitaria che ha trovato il suo rifugio nel rogo del Blues: profetico il titolo di un brano del suo celebre album “Pearl”, “Buried alive in the Blues”. Muore per un’overdose di eroina a Hollywood il 4 ottobre del 1970, quando ancora il mondo della musica era sotto shock per la scomparsa del rivoluzionario Jimi Hendrix, che ha fatto la storia del rock capovolgendo totalmente l’approccio alle 6 corde. Stritolato dalla macchina del successo, le manipolazioni dell’industria discografica lo opprimono e alimentano un’enorme angoscia che la rockstar sfoga in eccessi e solitudine e il suo genio finisce in una dose di barbiturici troppo pesante. Carismatico, fragile, anticonformista, inquieto poeta, il Baudelaire del rock, “il Re Lucertola”, Jim Morrison, oltrepassa “le porte della percezione” nel suo appartamento, per un mix di alcol ed eroina, davanti a sua moglie. Il successo non guarisce neanche Kurt Cobain,  che nel 1994 si libera dai demoni, padroni del suo disagio esistenziale che trasudano dai testi delle sue canzoni, con un colpo di pistola: “It’s better to burn out than to fade away”, “meglio bruciarsi che svanire a poco a poco”. Avevano tutti 27 anni è vero, ma l’età è una curiosa coincidenza. Il reale fattore comune è l’insanabile tormento delle loro anime, che ha sicuramente prodotto testi e accordi strepitosi, ma ogni volta, scendendo dal palco, li condannava a morte: problemi esistenziali che sfogavano con la musica, che il denaro e la fama non hanno risolto; ed è terribile pensare che rispetto alla “gente comune” avevano sicuramente mezzi e possibilità migliori per uscirne e non ci sono riusciti,  anche perché magari nessuno li ha fermati in maniera decisiva, pur vedendo che erano destinati ad una fine drammatica. In particolare, per quanto riguarda la cantante londinese, i media e i giornali scandalistici hanno, senza dubbio, preferito dare la precedenza al gossip, pubblicando fotografie indecenti che la ritraevano in condizioni impresentabili, senza preoccuparsi più di tanto di rispettare la sua immagine. Amy Winehouse ha scritto le sue canzoni raccontando di situazioni che aveva difficoltà a gestire, che la tormentavano, problemi che non sapeva risolvere, “forse è per questo che sono così depressa”, dice abbassando lo sguardo, in un’intervista. I suoi testi e i suoi modi di fare, che ricordano molto quelli del malinconico Kurt Cobain, erano pieni di richieste d’aiuto ai quali evidentemente nessuno ha saputo dare il giusto peso. “I don’t ever wanna drink again. I just need a friend”, “non voglio bere più, ho solo bisogno di un amico”. Con lei il sapore del soul del passato è riemerso in arrangiamenti mai ascoltati prima: stimata e apprezzata dall’intero mondo della musica avrebbe ricoperto per tutta la vita un ruolo di eccellenza tra tutte le rockstar internazionali.
Amy Winehouse è stata un travolgente fenomeno che è piaciuto moltissimo e continuerà a piacere sempre. Forse la vera rivincita su una vita infelice sta proprio nell’immortalità della sua voce e delle sue note, che, come quelle di tutti gli altri artisti che come lei si sono bruciati così in fretta, continueranno ad uscire dalle casse delle nostre radio e continueranno a scaldare i nostri ricordi e a condire le nostre giornate.

 

Maria Emanuela Mascaro

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie leggi l'informativa estesa sui cookie. All'interno del sito c'è sempre un link all'informativa estesa. Cliccando sull'apposito tasto oppure su un qualsiasi elemento della pagina sottostante acconsenti all'uso dei cookie. Questo avviso ti verrà riproposto tra 12 mesi. Informativa estesa