Il vero lavoro dell’IT è ridurre l’imprevisto

Il vero lavoro dell’IT è ridurre l’imprevisto

Gennaio 27, 2026 Off Di

Parlare di IT significa spesso evocare tecnologia, strumenti, sistemi. Ma questa lettura rischia di essere superficiale. Il titolo stesso di questo articolo va preso come una tesi da esplorare, non come una verità da proclamare. Ridurre l’imprevisto non è una promessa salvifica, né un obiettivo pienamente raggiungibile. È piuttosto una tensione costante, un lavoro silenzioso che attraversa l’organizzazione molto più di quanto si sia disposti ad ammettere.

L’imprevisto come costo invisibile

Ogni organizzazione convive con una quota di imprevisto. Interruzioni operative, rallentamenti improvvisi, informazioni che non arrivano, persone chiave irreperibili. Eventi che raramente finiscono nei report economici, ma che consumano tempo, energia e attenzione ogni giorno.

Il costo più alto non è quasi mai l’evento in sé, bensì ciò che lo accompagna: il panico, la ricerca affrettata di un responsabile, la sensazione diffusa di fragilità. L’imprevisto frammenta il lavoro, aumenta lo stress e riduce la capacità di pianificazione. Non appare nei bilanci, ma incide sulla qualità delle decisioni e sul clima interno.

In questo senso, l’imprevisto non è un’eccezione. È una componente strutturale della vita aziendale, spesso sottovalutata finché non diventa ingestibile.

Perché l’imprevisto non è (quasi mai) tecnico

Quando qualcosa si blocca, la prima reazione è spesso cercare una causa tecnica. Il server è caduto, il sistema non risponde, l’applicazione non funziona. Ma fermarsi a questa spiegazione è comodo quanto incompleto.

Nella maggior parte dei casi, il problema tecnico è l’effetto finale di una catena più lunga: processi mai definiti, responsabilità ambigue, decisioni rimandate. L’assenza di regole chiare costringe i sistemi a compensare ciò che l’organizzazione non ha esplicitato.

L’IT, in questi contesti, non genera il problema. Lo rende visibile. Porta alla superficie contraddizioni già presenti, mostrando dove il lavoro reale si discosta da quello teorico. Per questo viene spesso percepito come fonte di complessità, quando in realtà ne è soltanto lo specchio.

Il ruolo reale dell’IT nelle organizzazioni

Se si abbandona l’idea dell’IT come motore di soluzioni miracolose, emerge un ruolo più concreto e meno spettacolare. L’IT non governa la realtà, ma contribuisce a renderla leggibile.

Il suo valore si manifesta nella standardizzazione, nella riduzione delle zone grigie, nella costruzione di continuità operativa. Non tanto nel creare qualcosa di nuovo, quanto nel permettere al lavoro quotidiano di svolgersi senza attriti inutili.

Questo significa sistemi comprensibili, procedure coerenti, ambienti in cui l’errore non si trasforma immediatamente in crisi. L’innovazione, in questo quadro, non è una priorità automatica. Può essere utile, ma solo se non compromette la stabilità.

L’IT maturo non corre sempre avanti. Spesso resta fermo a garantire che ciò che esiste continui a funzionare.

Quando la tecnologia aumenta l’imprevisto

Esiste un paradosso raramente affrontato: la tecnologia può aumentare l’imprevisto invece di ridurlo. Accade quando gli strumenti si moltiplicano senza una logica condivisa, quando ogni esigenza trova risposta in una nuova piattaforma.

Cloud adottati senza governance, automazioni introdotte senza comprensione, integrazioni parziali. Ogni sistema aggiunge possibilità, ma anche punti di rottura. Più livelli significano più interdipendenze, e quindi più occasioni di errore.

In questi scenari, la promessa di controllo si trasforma in opacità. Nessuno ha una visione completa, nessuno sa davvero dove intervenire. L’imprevisto non diminuisce: cambia forma, diventando più difficile da diagnosticare.

La tecnologia, da sola, non semplifica. Senza metodo, amplifica la complessità.

Esperienza, metodo e memoria organizzativa

Nel tempo emerge una distinzione cruciale: affrontare gli incidenti come eventi isolati o riconoscerli come schemi ricorrenti. La differenza non è data dallo strumento utilizzato ma dalla capacità di leggere ciò che accade nel tempo.

Realtà come chermaz.com, consulente IT con esperienza decennale, operano proprio su questo livello: trasformare problemi ricorrenti in conoscenza strutturata, evitando che ogni incidente venga affrontato come se fosse il primo.

Questa costruzione di memoria organizzativa riduce la dipendenza dalle singole persone e rende le risposte più coerenti. Non elimina l’errore, ma ne limita la ripetizione inconsapevole.

L’esperienza, qui, non è anzianità. È capacità di riconoscere pattern e di tradurli in metodo.

Ridurre l’imprevisto non significa eliminarlo

A questo punto è necessario correggere la tesi iniziale. Ridurre l’imprevisto non equivale a farlo scomparire. Ogni sistema complesso continuerà a generare eventi inattesi.

Ciò che cambia è la reazione. Meno improvvisazione, meno panico, più processo. L’organizzazione diventa capace di assorbire l’urto senza bloccarsi.

L’imprevisto, da minaccia assoluta, si trasforma in evento gestibile. Non perché sia previsto in anticipo, ma perché esistono strumenti, ruoli e pratiche che ne contengono l’impatto.

In questo senso, la resilienza non è eroismo. È preparazione silenziosa. È sapere cosa fare quando non si sa cosa fare.

L’IT come forma di responsabilità

Alla fine, il lavoro dell’IT non riguarda il dominio sulla complessità, ma il riconoscimento dei suoi limiti. È una disciplina della responsabilità più che del controllo.

Responsabilità condivisa, perché nessuna tecnologia può compensare scelte organizzative confuse. Responsabilità nel costruire infrastrutture affidabili, che permettano alle persone di lavorare con fiducia.

L’IT, quando funziona, non si nota. Non promette certezze assolute, ma consapevolezza. Non elimina il rischio, ma lo rende abitabile.

Ed è forse qui il suo contributo più autentico: non impedire che qualcosa vada storto, ma fare in modo che, quando accade, non diventi un disastro.